Il sake non è più solo un rito giapponese. Negli ultimi dieci anni il nihonshu ha conquistato il mondo, trasformandosi in un prodotto premium ricercato. Anche in Europa. E pure il Bel paese fa la sua parte. Tra ristorazione d’eccellenza e mixology creativa, l’Italia guida un mercato in forte ascesa che premia la cultura e guarda con attenzione all’esclusività di questa nuova tendenza. Con lo stile che distingue gli italiani come ottimi selezionatori di qualità.

Dal 2014 ad oggi l’industria del sake ha visto una vera e propria esplosione sui mercati internazionali, complici sia la “febbre” per tutto ciò che è giapponese sia le iniziative di promozione mirate sostenute dal governo giapponese. Basti qui ricordare che sul finire del 2024 l’UNESCO ha inserito il tradizionale processo giapponese di produzione del sake con l’utilizzo del koji (una muffa nobile senza la quale non si potrebbe produrre il sake) tra i patrimoni culturali immateriali dell’umanità, un riconoscimento che di sicuro alimenterà ulteriormente l’interesse verso questa bevanda simbolo del Giappone.

Le esportazioni di sake giapponese (2008–2024).

Tra i principali mercati esteri del sake (a valore export 2024) la classifica globale è dominata da Cina e Stati Uniti, mentre tra i paesi europei compaiono solo Regno Unito e Francia nella top 10 (ultime posizioni) seguite da Germania, Olanda, Italia e Spagna ( che occupano rispettivamente dal 14° al 17° posto), a conferma del ruolo ancora secondario ma in crescita dell’Europa. Infatti, se la quota europea resta piccola rispetto a Asia e Nord America, il Vecchio Continente sta vivendo un vero boom: nel 2024 le esportazioni di sake verso l’Unione Europea (più Regno Unito) hanno toccato il massimo storico di ¥2,7 miliardi, in crescita del 116,2% rispetto all’anno precedente. Anche l’Italia ha partecipato a questo trend con una particolare flessione: i volumi importati hanno avuto una leggera flessione passando da circa 430 mila litri a 389 mila, ma con un aumento significativo a valore pari al 130% sull’anno precedente confermando che il sake di fascia premium è quello preferito dagli italiani.

Un elemento distintivo dal mercato globale e condiviso invece nel mercato europeo è il  posizionamento “premium” con cui il sake sta conquistando i palati europei. In molti paesi UE il sake viene proposto come bevanda di nicchia, spesso servito in ristoranti di alta cucina o cocktail bar ricercati, piuttosto che come alcolico di massa. Questo si riflette nei dati: i consumatori europei tendono ad acquistare sake di fascia alta, con bottiglie importate in esclusiva e produzioni artigianali.

DIFFERENZE TRA I MERCATI EUROPEI.

Seppur accomunati dalla crescita e dalla valorizzazione, i principali Paesi europei mostrano approcci e ritmi diversi nell’import di sake:

  • Regno Unito: negli ultimi anni è uno dei mercati più vivaci. Le vendite di sake in UK sono triplicate in cinque anni, spinte dalla scena culinaria cosmopolita di Londra e da un pubblico aperto a sperimentare. Il Regno Unito figura tra i primi 10 importatori mondiali in valore, attestandosi per il 2024 al nono posto prima della Francia, segno che importa soprattutto sake di alta gamma. E per volume? Il Regno Unito scende al 13° posto di poco sotto la Francia con un import che per il 2024 ha raggiunto i 422 mila litri, in leggera crescita rispetto all’anno precedente.
  • Francia: patria del vino, si sta avvicinando al sake con crescente interesse. In cinque anni il mercato francese è cresciuto di circa 2,6 volte. Il sake qui trova spazio nelle enoteche e nei ristoranti gourmet, spesso presentato come equivalente orientale del vino da abbinare a piatti raffinati. Anche la Francia rientra nella top 10 globale per valore importato, occupando stabilmente la decima posizione stante che è passata dai 370 mila litri importati nel 2023 ai 436 mila litri del 2024.
  • Germania: è emersa come il maggiore importatore europeo per volume di sake, superando altre nazioni UE in quantità annua importata. Nel 2024 la Germania ha infatti importato circa 613.000 litri di sake, collocandosi tra i primi 10 mercati mondiali per volume. Ciò è dovuto in parte a una diffusa presenza di ristoranti giapponesi e sushi bar in città come Berlino o Düsseldorf, e a importazioni finora concentrate su sake da consumo quotidiano con prezzi moderati. Tuttavia, anche in Germania si assiste nell’ultimo anno ad una svolta verso la fascia premium (come indica il forte incremento del prezzo medio per litro +117%  nel 2024 rispetto all’anno precedente), segno di una clientela sempre più interessata a sake artigianali di alta qualità.

Il primato italiano: fotografia dell’Italia del sake.

Tra i paesi europei, l’Italia spicca come pioniera nella diffusione del sake. Già all’inizio del decennio scorso il mercato italiano mostrava segnali di curiosità verso il fermentato giapponese, ma la crescita registrata è andata ben oltre le aspettative. Secondo i dati della Japan Sake and Shochu Makers Association, nel 2011 l’Italia importava appena 74 mila litri di sake mentre nel 2024 il volume è salito a 384 mila litri. Si tratta di un aumento significativo (oltre cinque volte tanto in poco più di dieci anni) che testimonia la rapidità con cui il sake è passato da prodotto semi-sconosciuto a presenza stabile nel panorama enogastronomico nazionale. Già nel 2018 l’Italia era diventata il primo importatore europeo per volume di sake, superando temporaneamente perfino il Regno Unito con oltre 388 mila litri consumati in quell’anno. In seguito la situazione si è equilibrata ma anche diversificata. Oggi Italia e UK sono sostanzialmente testa a testa come principali mercati europei con qualche differenza che abbiamo già accennato. In Italia il mercato sta  cambiando rotta e ponendosi sulla scia dei fratelli maggiori europei preferendo sake premium: i volumi sono infatti leggermente diminuiti a favore di una crescita a valore, segno cioè di un mercato più consapevole e attento alla qualità. Mentre nel Regno Unito il mercato risulta più maturo e già veleggia verso un consumo Premium con volumi annui nell’ordine di oltre 600 mila litri.

In termini di preferenze, il consumatore italiano di sake si sta dunque evolvendo. Se inizialmente il mercato era trainato dai volumi (bottiglie base servite nei sushi bar comuni), oggi si nota un crescente interesse per etichette pregiate e produzioni artigianali. Ciò rispecchia la tendenza globale alla “premiumizzazione” del sake, ma in Italia trova terreno particolarmente fertile: gli appassionati, spesso già esperti di vini e distillati, mostrano di apprezzare le sfumature di un Junmai Daiginjo o di un particolare sake Junmai, e sono disposti a spendere di più per una bottiglia di qualità. Questo cambio di passo è confermato dal notevole aumento del valore medio per litro importato in Italia (+130% in un anno). In altre parole, l’Italia non solo importa molto sake, ma importa sake sempre migliore.

GIOVANNI BALDINI sake

Bio.

Sono Giovanni Baldini dal 2014  promuovo il sake giapponese attraverso i corsi di formazione, gli articoli ed il sito di e-commerce, uno dei principali sake shop online in Italia dove trovare la selezione  di sake che importo in esclusiva. Mi sono laureato in Giurisprudenza, fotografo e manager per professione, sono diventato imprenditore per passione importando sake artigianali da piccole cantine sperdute nelle campagne o in sobborghi lontani del Giappone dove viaggio dal 2004. Spinto dalla passione ho fondato la Scuola Italiana Sake, dove svolgo la mia attività di formazione a Firenze quando non sono in Giappone a lavorare in cantina a produrre sake.