Tomita: anno di fondazione 1542, storia di una cantina rock.

Corsi e ricorsi storici: cosa succede in città?

Come può un sake antico scoprirsi moderno? Come può abbinarsi con le nostre pietanze? La Tomita ci insegna che prima di tutto è bene sapere chi siamo, senza tradire le nostre origini. Quasi a voler sottintendere: il tempo ci darà ragione. La Tomita è una cantina integerrima, frutto di una secolare tradizione eppure tra le più contemporanee e più rock nel mondo del sake giapponese. Sarà per una questione di corsi e ricorsi storici, la Tomita, oggi come allora, produce un sake che non è al passo con i tempi, semplicemente va oltre. Una produzione annua che sfiora le 200 mila bottiglie, la cantina si distingue per la fermezza e complessità dei suoi sake. Un sake integrale che spesso si sente definire come straordinario, o meglio, fuori dall’ordinario e fuori dal consueto. Un outsider come del resto lo è il suo presidente: dalle stelle elettriche metropolitane di Tokyo a quelle del cielo sopra la sua cantina. La sua è la storia di un ritorno alla natura e alle proprie radici. La sua è una storia rock di libertà che merita rispetto, anzi lo pretende.

Di padre in figlio.

La cantina si trova nel centro del Giappone dalla prima metà del 1500. A conti fatti sono passati “solo” cinquecento anni. Cinquecento anni a produrre sake, di padre in figlio. Oggi questa cantina va avanti senza mostrare alcun segno di cedimento. Quando suo padre lo ha chiamato per tramandargli la guida della cantina, il giovane Yasunobu Tomita ha lasciato una carriera promettente nella megalopoli di Tokyo per tornare nella sua piccola cittadina di campagna. Una scelta che deve aver fatto nascere in Tomita una certa voglia di riscatto e di sano orgoglio ribelle nei confronti di una società moderna, riduzionista e spesso superficiale. Insieme a lui, ogni anno, un manipolo di giovani samurai si prodigano da ottobre a fine marzo per realizzare un sake verace e libero dagli schemi classici dei gusti del sake. I giovani samurai vivono in cantina come in un antico castello cui sono stati assegnati dal destino e che hanno scelto di difendere con le armi della coerenza e dell’integrità, senza cedere a facili tentazioni di marketing moderni. Parlando con Tomita si ha l’impressione che il suo primo impegno sia quello di mantenere la linea rossa che i suoi avi hanno tracciato. E’ così che nasce il suo sake, noncurante della moda e dei trend. Tomita non ha alcun interesse a vincere i premi che poi inevitabilmente vince. Al presidente non interessa il fascino del “piacere facile” e l’indistinto grigiore di una produzione standardizzata e arroccata sugli schemi dell’immediato. Eppure è così che, quasi fosse un gioco con il tempo, i sake che escono da questa cantina tornano vittoriosi dalle giurie internazionali che decretano la spiccata originalità di quegli aromi terreni e di qui sapori speziati. Il sake di Tomita è molto saporito. Se fosse un vino sarebbe un rosso e potrebbe ricordare un Amarone o un Brunello. I sake di Tomita stuzzicano il palato se serviti con carni rosse, magari alla brace. Gli abbinamenti con pietanze mediterranee alla brace o arrosto fanno emergere nei sake di Tomita una classe ed uno stile tanto inaspettato quanto sorprendente. I sake di Tomita, oggi come cento anni fa, pretendono la voglia di essere scoperti.   Il rock nel sake esiste e Tomita ne è la sua prima espressione.